Gli Spettatori su “Va Pensiero” – prima recensione dagli spettatori per gli spettatori

Un gruppo di persone, poco più che conoscenti, impegnate in tutt’altro nella vita di tutti i giorni, hanno rinunciato alla classica domenica sul divano, tra tisana e copertine, film in tv e nanna presto,  per andare a teatro! 
Insieme hanno guardato lo spettacolo “Va pensiero” di Marco Martinelli, ne hanno discusso, confrontandosi sulle proprie impressioni e sensazioni, analizzando i pro e i contro, ragionando sui personaggi e sullo stile recitativo degli attori tra un calice di vino e un taralluccio. Quello che leggerete, è ciò che ne è scaturito.

“Credevo fosse Verdi..”

“Va pensiero” è uno spettacolo ideato e diretto da Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, ispirato ad un fatto di cronaca realmente accaduto in Emilia Romagna che ha coinvolto Donato Ungaro (Vincenzo Benedetti, nell’opera di Martinelli), vigile urbano licenziato dal Comune dove era in servizio, per essersi immischiato in affari poco leciti e averli denunciati.
Il legame con Giuseppe Verdi nasce dalla somiglianza d’animo dei due uomini, che in un momento di depressione e sconforto trovano la forza l’uno di lottare per la legalità, l’altro di incoraggiare attraverso l’arte, il risorgimento della patria e della società.

“O T’ispiri il signore un concento, che ne infonda al patire virtù..”  Va pensiero, dal Nabucco di Giuseppe Verdi.

La speranza quindi, che si contrappone alla miseria, al fango, alla corruzione.
“Il teatro ha senso oggi, in un’epoca di internet, di social network ecc. se riesce ad essere specchio della società e se riesce anche a incendiarla” dice Martinelli durante un’ intervista.
Denuncia da un lato, voglia e necessità di incendiare gli animi dall’altro, sono evidenti nelle scelte del regista; quando ci proietta fotografie e immagini di noti mafiosi che hanno agito anche in Emilia Romagna, facendosi quasi scherno dei vari Olmo Tassinari (Gianni Parmiani) che sostenevano che “da noi non c’è mica la mafia! non siamo mica al sud!“, con quella belle romagnola, preoccupati invece di un altro grave, gravissimo problema, ignorato dalle istituzioni benché più volte denunciato: le nutrie! Che si moltiplicano, scavano cunicoli, agiscono nell’ombra, entrano nelle nostre case e rosicchiano tutto ciò che abbiamo..
Le nutrie! Che scappa quasi da ridere a sentircele nominare, queste creature, provenienti si da un’altra terra, ma importate per interessi economici ed ora stabilite, radicate nel nostro territorio..
Una metafora efficace ed estremamente interessante, che si presenta sottile, velata, ma che poi si rivela in tutta la sua potenza quando Olmo, a causa delle nutrie, è costretto a chiudersi in casa per sempre.
Le suddette istituzioni sono rappresentate dalla sindaca (Ermanna Montanari), o “Sindaco” come preferisce essere chiamata, come suo padre prima di lei.

Soprannominata “la Zarina”, apre lo spettacolo vomitando, carica di malessere nella solitudine, ma poi impettita, severa, dura, crudele con l’assistente e i vari collaboratori. La sua autorità deriva esclusivamente dal suo brutto carattere, ma nessuno la rispetta veramente, e anche il suo subconscio ne è consapevole, quando nel sogno dà voce a chi la accusa: l’assistente, i gelatai napoletani di piazza Mazzini, l’ufficio stampa.. Ma in fin dei conti è lei che accusa se stessa. Per non essersi opposta al volere di un padre che l’ha imposta al partito e l’ha fatta diventare sindaco “che quando c’era lui, era tutta un’altra storia” ci dice il buon Olmo, per non essersi dimostrata capace di reagire ed aver ceduto alle richieste illecite, complice di un imprenditore locale e di un simpatico ‘ndranghetista calabrese, per il suo disinteresse verso la carica istituzionale che ricopre e le persone che la assillano.. insomma, una stronza! Ma una stronza umana, forse il personaggio più vero e umano di tutta l’opera. La Montanari in queste circostanze non delude. Il personaggio è interessante, perché non è solo quel che sembra. Non riusciamo a non sentire una certa empatia nei suoi confronti. Una empatia che però diminuisce un po’ quando prende in mano il microfono e ci svela i moti del suo animo, spiegandoceli, chiedendoci direttamente “se non aveste paura di essere giudicati, non uccidereste qualcuno anche voi?”. Un po’ troppo forse per una rappresentazione che ha già tante occasioni per smuoverci la coscienza.
Dragone (Ernesto Orrico) “l’imprenditore” calabrese, è il classico mafioso, arrogante e presuntuoso, tenta subito di corrompere Benedetti, il vigile, per evitare una multa. Lo odiamo da subito. Vorremmo avere dubbi, ma niente, è pure fedifrago.
Simpatici i personaggi “del coro”, smuovono la trama con qualche gag divertente che non guasta: Licia (Laura Redaelli), segretaria sottomessa e maltrattata che sfoga le frustrazioni con Yoga e Zumba, Siroli dell’ufficio stampa ( Roberto Magnani) un patàka che vuole festeggiare il cinquantennio del Comune con ragazze in tanga e musica tecno, Baravelli (Alessandro Renda) imprenditore ossessionato dalle microcamere, Rosario e Maria (Salvatore Caruso e Tonia Garante) coppia di gelatai emigrati da Napoli per sfuggire ai mafiosi, e per la salute del figlio asmatico, e che si ritrovano i mafiosi “anche qua”, senza che nessuno li prenda sul serio!
Seguono proteste con tanto di sceneggiata in piazza! uè. L’uso dei dialetti si conferma una carta vincente in questi casi: veri, terrigni, sinceri, ci portano subito in una dimensione popolare.
A tutto questo “schiamazzo” si oppone lui, Benedetti, poliziotto integerrimo, incorruttibile, umile, senza difetti, un “Marty Stue” senza dubbi, marito premuroso e anche giornalista d’inchiesta. Incarna la speranza citata sopra, la rivalsa delle coscienze. Sarebbe stato interessante vedere i dubbi, le incertezze di un uomo che deve occuparsi anche della sua famiglia, i tormenti, le difficoltà. Questa sua onestà innata e perfetta non ci conquista, è un eroe che non fa breccia nei nostri cuori. Si, è l’esaltazione del coraggio, della lotta e della coerenza che alla fine “vuole solo ritornare al suo vecchio posto in piazza Mazzini”, tutto molto lodevole. Troppo.

In generale lo spettacolo funziona, non si può certo dire di no. Parliamo pur sempre delle Albe! E in fin dei conti un po’ di sano patriottismo non fa mai male neanche quando alla fine coro e attori ci invitano a intonare “Va pensiero”. La durata ci mette alla prova, quasi tre ore, movimentate, sia dalle suddette gag comiche, sia da interventi di narrazione al microfono, in un flusso ininterrotto tra i dialoghi, che da un lato spezzano la continuità ma dall’altro legano.
Il finale un po’ cinematografico ci racconta “che fine hanno fatto” 12 anni dopo i personaggi, nessun colpo di scena, come effettivamente accade. I colpevoli spariscono, quasi tutti impuniti, e la vita continua, ed è questo infine che ci lascia con l’amaro in bocca.

Menomale che c’è Benedetti.

Il Circolo degli Spettatori