Gli spettatori su “Lorenzo Milani” di Stefania Marrone

regia di Cosimo Severo

Bottega degli Apocrifi

La scena si apre con uno sfondo verde e l’ombra di un attore che attraverso movimenti che ricordano il teatro-danza, ci rimanda all’immagine di un pontefice severo. Questi momenti si succedono varie volte nello spettacolo, specialmente nei cambi scena, dove gli attori-ombra attraverso precise coreografie, evocano immagini molto forti e significative: scarafaggi, soldati, moti della coscienza…

È proprio questa natura irreale degli uomini-ombra la parte più interessante e onirica dello spettacolo, (benché non rappresenti un elemento di novità) che viene però a cadere visivamente quando questi si palesano, in luce, e dialogano con Milani.

Altra immagine interessante era data dall’arrivo dei ragazzi di Don Milani dal pubblico che poteva funzionare perché in continuità con la narrazione e ci suggeriva molto chiaramente la natura coinvolgente dell’operato di Milani, anche se un po’ descrittiva. Il rischio è l’effetto “c’è Posta per Te”, alias “lacrime facili con i bambini in scena”. Necessario? Forse no.

A proposito di necessità, altre scelte registiche ci hanno lasciati dubbiosi.

Ad esempio Milani che scende dal palco: in un primo momento abbiamo pensato potesse rimandare all’operato del prete di Barbiana, propenso ad interagire in maniera molto diretta con gli abitanti del paesino, interessato a conoscerli e a invitarli alle celebrazioni. Ma poi ci siamo resi conto che quello fra noi non era più Milani. Lo stile recitativo così naturalistico con il pubblico, ci ha fatto perdere l’idea del personaggio. Ci chiede “da dove venite? Avete una casa? Quanti figli avete?”. È l’attore che chiede al pubblico o è Milani?

Ad un tratto inizia anche ad arrampicarsi fra i sedili, in stile “Benigni”. C’è già stata la rottura con la narrazione, è già avvenuto l’avvicinamento al “popolo”, è proprio necessario tentare di stupirci ancora con la passeggiata fra le sedie? Ripetuta poi fra l’altro anche nella scena finale, in questo caso da una ragazza presumibilmente allieva di Milani. Anche qui, forse no.

Di Milani ci viene raccontata una storia un po’ a metà. La scelta della drammaturga Stefania Marrone è quella di parlare del lato umano di Milani, negli anni della sua malattia, dei suoi dubbi e dei suoi sentimenti di fronte alle continue interferenze del Vaticano al suo operato. Fra l’altro il fatto che Milani ostenti estremo buonumore di fronte ad una malattia che porta dolore e sofferenza è estremamente efficace per evitare retorica e sviolinate.

Nonostante questo la rappresentazione del personaggio ci è sembrata un po’ povera. Impostare tutto secondo i dialoghi fra lui e la madre non ci dà una visione esaustiva, sentiamo alla fine di non averlo davvero conosciuto, anche se si tenta di farne intuire il percorso e le traversie attraverso una sorta di intervista alla madre dove le vengono poste varie domande evidentemente accusatorie, ma lei risponde solo ad una di queste: “Qual era il colore preferito di Lorenzo? Il Verde”.

Non si capisce come sia arrivato in seminario: sappiamo solo che la conversione è arrivata tardi e che la famiglia era ricca e agnostica. Sappiamo che è arrivato a Barbiana e cosa poi è successo solo attraverso i titoli dei giornali proiettati nello sfondo, difficilmente visibili fra l’altro, perché nel frattempo c’era Milani in mezzo al pubblico con una torcia in mano impegnato nelle sue scalate fra i sedili.

In generale i due personaggi non rimangono, non ci convincono, non prendono.

La recitazione è un po’ piatta: lei molto rigida, impostata, non ci conquista nonostante le preoccupazioni materne.

Lui si ostina nel finto toscano, anche se poi compare la cadenza del sud dell’attore. In questi casi non si fa un torto al personaggio facendolo parlare in un semplice italiano corretto. In più spesso si faceva proprio fatica a sentire quel che diceva, nonostante il microfono. In generale troppo colloquiale rispetto a lei anche se gestione del corpo per entrambi buona.

Il rapporto fra i due è ambiguo, a volte giocoso. Si vuole raccontare la profondità del legame fra i due, ma risulta un po’ stonante. Sembrava più una relazione amicale, forse fra fratello e sorella (nonostante lui persistesse nel dire “mamma” ad ogni virgola, ridondante).

Il finale ci lascia perplessi: lui si allontana accompagnato dalla proiezione stilizzata di una nuvola (che ricorda il disegno di un gessetto su una lavagna) dalla quale scende una pioggia copiosa, lo precede una pecora, forse un legame con la figura del pastore. Pensiamo subito a Fantozzi. Errore nostro?

Poi arriva una ragazza dal fondo della sala, scavalcando i sedili del teatro fra la gente. Sembra citi una lettera, Milani la corregge, le parla sopra: è il maestro che corregge l’allieva? O è l’attore che supporta la giovane attrice improvvisata? E una domanda già posta sorge spontanea: era necessario tutto questo?

Era necessaria la struttura altissima in ferro a lato, utilizzata solo una volta e a malapena notata dal pubblico?

Insomma, che dire? In generale si può dire lo spettacolo ci ha convinti così così.

Alla prossima!